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Podcast Italiano | Learn Italian (Intermediate & Advanced)

L’Italia, fra fast fashion e alta moda - Intermedio #61

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Podcast Italiano

Education, Society & Culture, Language Learning

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🗓️ 14 April 2026

⏱️ 31 minutes

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Summary

Trascrizione con glossario (gratis) In questo episodio di livello intermedio, parliamo di moda: dal lusso dell'alta sartoria italiana al fast fashion, passando per i segreti del Made in Italy, l'impatto ambientale dell'industria tessile e le alternative sostenibili che stanno emergendo in Italia. Altri link e risorse utili: Dentro l'Italia - Corso di italiano avanzato (C1)Ebook gratuito: come raggiungere il livello avanzato in italiano"Ebook gratuito, "50 modi di dire per parlare come un ita...

Transcript

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Quando pensiamo alla moda in Italia, la mente corre subito ai grandi nomi. Gucci, brada, armani, valentino, versace, fendi, dolce gabbana. Il Maideniclei nel mondo è sinonimo di eleganza, qualità artigianato. è un'immagine potente, quasi mitica, l'Italia come patria del bello dei tessuti pareggiati, dei tagli perfetti, dello stile senza sforzo. Eppure, accanto a questa immagine, da anni, esiste un'altra realtà, molto meno glamor ma molto più quotidiano, quella del fast fashion. Oggi infatti nel paese dell'alta moda, insieme alla Francia per carità, convivono due mondi opposti. Da una parte il lusso, il racconto della qualità, della tradizione, della sartoria, dall'altra una moda veloce economica, usa i jetta, fatta di capi che costano pochissimo, durano poco e spesso vengono indossati solo poche volte. Ed è proprio questo il paradosso italiano. L'Italia non è solo alta sartoria, alta moda, ma anche uno dei mercati europei più immersi nella spirale del consumo rapido di abiti. Io sono Irene e questo è Podcast Italiano, un podcast che ti aiuta a migliorare il tuo italiano attraverso l'ascolto di contenuti sulla storia, la cultura, la società e l'attualità italiana. L'episodio di oggi racconta il rapporto degli italiani,

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col Fast Fashion e l'altra moda. Parleremo della verità che c'è dietro la produzione di abiti da parte di prend famosi, di lustro e non e anche delle alternative e delle possibili soluzioni che gli italiani cercano di adottare per contrastare questo grande problema che coinvolge tutti noi, il Fast Fashion. Prima di iniziare, però, ti ricordo che questo episodio, come tutti gli altri, è accompagnato da una trascrizione. Nella trascrizione non troverai solo il testo dell'episodio che comunque potrai seguire mentre mi ascolti parlare e questo è molto utile e ti consiglio di farlo, ma troverai anche delle note, le sicali e grammaticali. Le note le secali sono praticamente un glossario, dove troverai tutte le parole più difficile che è usato tradotte in inglese e spiegate in italiano. Le note grammaticali, invece, ti spiegano tutta la grammatica difficile che è usato durante l'episodio. Così, se non capisci una struttura grammaticale oppure ai dei dubbi riguardo l'uso di una certa struttura, vedrai che con le note grammaticali verranno tutti chiariti. La trascrizione, ovviamente, è gratis. E' un ottima risorsa che ti consiglio consiglio di usare. La trovi nelle note di questo episodio, su Spotify o Apple Podcast, ma anche sul sito podcastitaliano.com. Iniziamo. Buon ascolto. Per capire il paradosso della situazione moda in Italia bisogna partire da una domanda semplice. Gli italiani seguono davvero la moda non sempre o meglio, non nel senso superficiale del termine. Non tutti inseguono l'etendance del momento.

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Non tutti inseguono l'etendenze del momento. Non tutti sono ossessionati dalle sfilate o dalle marche. Piuttosto gli italiani, in generale, hanno gusto. E avere gusto non è la stessa cosa che seguire la moda. vuol dire, sa per scegliere abiti semplici ma belli, curati e equilibrati, mai troppo eccessivi. Lo stile italiano a spesso è proprio questo, essenziale, sobrio, elegante. Non troppo appariscente, non troppo carico. In Italia, il modo di vestirsi ha un peso culturale e sociale importante. Vestirsi bene non significa necessariamente spendere molto, ma apparire e curati in in ordine, appropriati, fare una bella figura conta, conta da sempre, ed è qui che il discorso si complica perché quando scegliamo cosa indossare, di solito ci guidano il gusto, l'identità, il desiderio di apparire, di esprimerci. Molto più raramente ci fermiamo a chiederci da dove viene investito, chi l'ha prodotto, in quali condizioni, con quale impatto sull'ambiente, non per cattivaria o superficialità, ma perché oggi fare una scelta davvero

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etica è molto più difficile di quanto sembri. Quasi tutto ciò che compriamo porta con sé qualche contraddizione, sfruttamento del lavoro, produzioni poco trasparenti, danni ambientali, trasporti globali che inquinano materiali sintetici, sprechi e normi, vivere in modo perfettamente puro e sostenibile oggi, è quasi impossibile. A meno che non vogliamo tutti trasferirci in un bosco, vivere di caccia, bere dal fiume e andare a dormire altra mondo, ipotesi piuttosto estrema e poco realistica, ma è chiaro che oggi vivere in modo totalmente pulito ed etico è quasi impossibile. Però questo non significa che allora dobbiamo fare finta di niente. Certo, ogni tanto si chiude un occhio, capita tutti, ma una cosa è accettare i propri limiti, cioè essere consapevoli che non possiamo essere perfetti, degli eroi dell'etica, un'altra cosa è far finta che non esistano quei limiti e continuare a scegliere sempre l'opzione più comoda, più economica e più dannosa senza nemmeno pensare al problema e alle conseguenze. E proprio a questo serve guardare dietro le quinte della moda. Nei ultimi anni diverse in chieste giornalistiche e documentari come Duck Fashion, prodotto da Rai Documentari, hanno iniziato a raccontare cosa succede davvero dietro le quinte dell'alta moda, perché anche l'alta moda ha i suoi difettucci. Quello che emerge è che l'alta moda non è sempre sinonimo di artigianalità pura, ne di sostenibilità. Molti grandi marchi non producono direttamente loro capi, per esempio, ma si affidano ad aziende esterne, i cosiddetti terzisti.

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Piccole imprese italiane e nonna che realizzano concretamente le borse, le scarpe e i vestiti. quindi spesso le aziende italiane più piccole e sconosciute fanno il lavoro vero, cucire,

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tagliare, assemblare e scarpe, borsse vestiti. I grandi marchi guadagnano e i produttori ottengono solo una piccola parte del prazzo finale, anche per capi che vengono venduti a miliaia di euro. Ad esempio, per una borsa venduta a oltre milie euro, il produttore può ricevere solo 20 o 30 euro. E questo, se ci dice bene, cioè se siamo fortunati e la nostra borsa è stata veramente produtta in Italia da italiani. Perché spesso leggere maigeniclei non corrisponde esattamente ad avere una borsa veramente prodotta interamente in Italia. Il Marchio maigeniclei indica che il prodotto ha subito l'ultima trasformazione sostanziale in Italia, ma non garantisce che tutte le materia prime siano italiane o che tutta la produzione e la lavorazione sia avvenuta in Italia. È legale utilizzare le tichetta maeginizali, anche se i materiali arrivano dall'estero, se poi vengono lavorati in Italia. Secondo il codice doganale è necessario che in Italia avvenga la fase di produzione importante, che dal prodotto la sua caratteristica. Se a questi una borsa di pelle, magari quella non è pelle italiana, però in Italia è avvenuto il processo, la lavorazione che ha trasformato quella pelle in una borsa. E allora sì, è Made in Italy. Attenzione, perché solo la certificazione 100 per% Made in Italy garantisce che l'intero ciclo produttivo la progettazione e le materie prime siano italiane e non provengano dall'estero. In paesi dove le risorse o il lavoro costano molto meno.

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Un paio di anni fa c'è stato uno scandalo affirenze, dove delle aziende applicavano all'interno delle scarpe che vendevano un etichetta conscritto, Virginia and Cellei, ma in realtà le scarpe erano prodotte in tunisia. Le autorità hanno sequestrato Ben 18.500 paia di scarpe per un valore di quasi 400.000 euro. A quanto pare queste aziende che facevano? Esportavano dall'Italia la pelle, vera pelle italiana. La portavano in tunisia, li facevano tutto il lavoro, quindi trasformavano questa pelle in scarpe e poi le scarpe venivano importate praticamente quasi finite in Italia. Però abbiamo detto che è legale lavorare un prodotto all'estero e usare l'etichetta del Maginiteli solo se la parte di lavorazione è più importante, più trasformante avviene in Italia. In questo caso la pelle veniva dall'Italia, ma la lavorazione era stata effettuata in Tunisia. Quindi al massimo erano major in Tunisia. Quindi tu immagina che paghi un prodotto tantissimo e poi non sai neanche effettivamente da dove viene o dove è stato prodotto. Certo, è anche vero che spesso acquistare qualcosa di marca è un investimento, no? Ad esempio, Scarpe o Borse di Lusso, non possiamo permetterci le tutti, no? Ma siccome oggi il Lusso e le Marche famose vanno molto di moda, soprattutto con l'avvento dei social network, dove ci piace mostrare la nostra vita, ostentare che siamo quanti soldi, abbiamo, cosa facciamo, insomma, un po' tutto. Dunque tutti siamo un po' appassionati di tendenza e di lustro. soprattutto i giovani e come fanno i giovani che magari ne anche lavorano o hanno appena iniziato a lavorare a permettersi, scarpe o borse di lustro? Beh, comprano i falsi oppure delle riproduzioni, perché la verità è che se versace crea un bellissimo completo quello stesso completo, ovviamente non uguale, ma simile, viene poi riproposto d'altre negozi, fisici o online, apprezzi bassissimi. ed è proprio qui che entra in scena il fast fashion. Se l'altra moda costa migliaia di euro, marchi come Zara, H&M, Primark, Pulembé, Shane, Otemu, offrono vestiti alla moda apprezzi bassissimi, accessibili quasi a tutti. Il loro modello è semplice, produrre rapidamente, vendere tantissimo, cambiare con lezioni di continuo. Oggi si parla persino di ultra fast fashion, capi progettati, realizzati e messi in vendita in pochissimo tempo, spesso seguendo in tempo reale l'itendenze nate sui social. Un colore, un top, una gonna, una stampa diventano virali e nel giro di pochi giorni vengono prodotti in massa. Il motivo per cui questo sistema funziona è ovvio, è facile, immediato, economico. Basta un click. Non serve neanche uscire di casa e in un paese come l'Italia dove gli stipendi spesso non crescono quanto cresce il costo della vita, comprare vestiti economici sembra per molti una scelta quasi obbligata. Se un capotto di qualità costa moltissimo e un'alternativa a lo costa, costa una piccola frazione è chiaro che tante persone scegliano la seconda. Non solo per leggerezza, ma anche per necessità.

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A questo si aggiunge il fattore culturale. In Italia l'abigliamento conta. La pressione sociale ha presentarsi bene ad avere il look giusto, a sentirsi adeguati in ogni contesto, è reale. Non bisogna per forza essere eleganti o ricchi, ma curati quello sì. E così nasce l'idea di dover avere sempre l'outfit giusto per ogni occasione, per l'università, per il lavoro, per l'aperitivo, per una cena, per una vacanza, per una foto sui social. Il guarda roba si rinnova continuamente, spesso non per bisogno, ma per desiderio di aggiornarsi, di sentirsi allineati, di raccontare qualcosa di sé. Nei ultimi anni questa dinamica è statacellerata dalle piattaforme digitali. Shen, Temo e altri Colossian Line hanno in baso anche il mercato italiano, comprezzi bassissimi e una offerta praticamente infinita. Per molti consumatori, soprattutto giovani, il fast fashion è diventato uno strumento di espressione e appartenenza sociale. Si compra non solo perché serve un vestito, ma perché si vuole cambiare, sperimentare, sembrare sempre nuovi. Il problema è che questa rapidità si traduce spesso in capi indossati pochissime volte e poi dimenticati, restituiti, buttati, rivenduti o accumulati. E i numeri aiutano a capire la dimensione del fenomeno. In Europa ogni cittadino acquista in media circa 19 ch. di prodotti tessili all'anno, tra vestiti, scarpe e biancheria. E quasi la stessa quantità, circa 16 ch. diventa rifiuto tessile. E come comprare ogni anno una valigia piena divestiti, c'è ierne 4-5 e poi buttare il resto della valigia. È un dato impressionante, perché mostra quanto il nostro rapporto con l'abigliamento sia diventato veloce, superficiale e dispersivo. In Italia la situazione è particolarmente delicata anche sul piano dello smaltimento. In primis i vestiti che vengono buttati spesso non sono neanche consumati, rovinati o rotti. Molto spesso sono solo passati di moda, oppure ci siamo stancati di us oppure le abbiamo comprati di impulso e poi indossati pochissime volte. Poi spesso si dice che gli abiti vecchi che buttiamo vengono riciclati, ma solo una piccolissima parte degli abiti usati viene davvero riciclata. Il resto, nella maggior parte del caso, finisce in discarica o viene bruciato. E qui si vede bene uno dei grandi paradossi della moda contemporanea. Produciamo tantissimo, consumiamo velocemente o non consumiamo proprio e buttiamo via quasi subito per poi ricominciare da capo. È un ciclo più che fast, è proprio rapidissimo che sembra normale solo perché ormai ci siamo abituati, ma non lo è affatto. Il danno però non è solo nei rifiuti, è anche nella produzione. Per realizzare vestiti si consumano enormi quantità di acqua, energia e materie prime. Pensa che per produrre una singola maglietta di cotone servono 2700 litri di acqua, di acqua, cioè quanto una persona beve in due anni e mezzo. E il problema non finisce neanche qui, perché oltre allo spraggo di acqua, la produzione testile inquina anche molti altri modi. Per esempio, si stima che sia responsabile di circa il 20% dell'inquinamento globale dell'acqua potabile. Questo succede soprattutto durante alcune fasi della lavorazione dei tessuti, come la tintura e quando si usano trattamenti chimici per dare ai vestiti un certo colore, una certa consistenza o un certo effetto finale. Quindi non si consomma solo tantissima acqua. Spesso la si sporca, la sincuita, la si contamina anche. E non solo continture e trattamente chimici, ma anche con i materiali sintetici, come il poliestere o il nylon, che oggi sono ovunque perché costano poco e sono molto pratici da produrre. Il problema è che ogni volta che l'ilaviamo rilasciano nell'acqua minuscola e fibre di plastica, cioè microplastiche. Un solo bucato di vestiti sintetici può liberare centinaia di migliaia di microplastiche. E queste microplastiche, alla fine, arrivano nei fiumi, nei mari, nei oceni. Entrano nell'ambiente, vengono ingerite dagli animali marini,

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finiscono nella catena alimentare e in un modo nell'altro tornano anche a noi nel cibo che

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mangiamo o nell'acqua che beviamo. Quindi sì, il vestito economico che compriamo oggi e

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la abbiamo 10 volte non resta solo nel nostro armadio. Lascia tracce in vari modi e luoghi e più di quanto immaginiamo. Per non parlare delle sostanze chimiche presenti netesuti. Alcune analisi hanno trovato in certi capi tracce di sostanze potenzialmente Potenzialmente dannose, utilizzate nei processi industriali, formaldeide, coloranti tossici, metalli pesanti e ftalati. A tutto questo si aggiunge anche il problema delle missioni. Produvere vestiti significa usare energia, trasportare i materiali, spostare merci da un continente all'altro, imballare, distribuire, consegnare, insomma ogni capo ha un impronta ambientale molto più grande di quella che vediamo. Infine, in Italia, il Fast Fashion non ha conseguenze solo sui consumatori sull'ambiente, ma anche sull'industria italiana della moda. Perché mentre noi compriamo vestiti sempre più economici, tante aziende locali fanno sempre più fatica a resistere. L'ultra Fast Fashion, come quello delle piattaforme che vendono capi a prezzi bassissimi e corritmi fogli, sta mettendo in crisi molte realtà produttive italiane. Le importazioni aumentano, soprattutto dall'Asia, e competere con quei prezzi è quasi impossibile. Il risultato è che la produzione testi le italiana, i moltiettori cala e diverse imprese artigiane chiudono. Ed è un problema enorme perché l'Italia non è solo passerelle e grandi marchi e anche laboratori, piccole agende, artigiani, distretti produttivi che effettivamente poi producono la maggior parte di tutte quelle scarpe, borse o abiti di lusso che sogniamo che abbiamo nell'armadio se siamo fortunati. Per non parlare poi del costo umano dietro molti capi venduti a prezzi stracciati ci sono spesso fil filiere e poco trasparenti, salari, bassissimi, turni pesanti, condizioni di lavoro dure. In diversi casi in molte parti del mondo sono stati documentati, sfruttamento dei lavoratori e perfino lavoro minorile. Non significa che ogni singolo vestito si ha stato prodotto nelle peggiori condizioni possibili, ma una cosa è chiara. Quando un capo costa pochissimo, quasi sempre qualcuno da qualche parte ha pagato il prezzo vero, col sudore è il lavoro, ricevendo in cambio solo pochi centesimi. Ed è qui che il fast fashion diventa un problema ambientale, sociale, culturale, economico, ma anche umano. Una nota positiva però è che in Italia stanno emergendo risposte interessanti al problema. Una delle più evidenti è la crescita della passione perlusato, che per molto tempo è stato visto come qualcosa di triste, di poco desiderabile, quasi di serie B. Oggi però viene rivalutato. Sempre più persone comprano e vendono vestiti usati. Non solo per risparmiare, ma anche per ridurre gli sprechi e dare una seconda vita ai capi. In questo contesto piattaforme come Vintage hanno avuto un ruolo importante. Hanno riso la compra vendita dell'usato più semplice normale e quotidiano. Vinte da una piattaforma molto usata in vari paesi europei, anche spagna e Francia, dove le persone possono comprare e vendere vestiti usati. Invece di buttare un capo che non mettono più, lo fotografano, lo mettono online, sulla applicazione e qualcun altro può comprarlo. È un modo semplice per dare una seconda vita ai vestiti, spendere meno e ridurre gli sprechi. Si trovano anche vestiti nuovi con cartellino e i prezzi variano da un euro in su. Questa non è una sponsorizzazione, ci tengo a precisarlo. Comunque, un'alternativa al comprare abiti usati è il comprare meno, lo scegliere meglio, il puntare su capi che durano di più. O magari riparare un vestito invece di buttarlo, scambiarlo con amici o familiari, sostenere piccoli marchi locali, artigianali, o magari affittare un abito per un'occasione speciale invece di comprarlo e lasciarlo per anni nell'armadio. Sono piccoli cambiamenti, certo, ma al momento non credo esistano soluzioni migliori o soluzioni magiche per ovviare al problema. Anche perché il vero problema è il sistema. Negli ultimi anni è cambiata proprio l'idea di moda. Una volta un vestito era quasi un investimento, un capotto doveva durare anni, un paio di scarpe si portava dal calzolio. Se un abito aveva un problema, si adjustava, si stringeva, si allargava, si tramandava, oggi invece la moda è diventata molto più spesso consumo rapido. I vestiti entrano ed escono dall'armadio con una velocità impressionante.

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Il futuro della moda italiana si gioca proprio qui. In questo equilibrio difficile tra gusto e responsabilità, tra desiderio e consapevolezza, tra bellezza e sostenibilità. L'Italia resterà sempre un paese che ama vestirsi bene, ma oggi deve decidere se quel vestirsi bene significa ancora qualità, cultura e artigianato, quindi rimanere fedele alla tradizione oppure soltanto velocità, quantità e consumo adattandosi al resto del mondo. Perché il Fast Fashion non mette alla prova solo l'ambiente o l'economia, mette alla prova anche noi, la nostra etica, il nostro senso critico, la nostra capacità di guardare oltre il prezzo e chiederci che cosa stiamo davvero indossando. Detto questo io va da fare un po' di shopping su Temu, non sa scerzando, spero che l'episodio ti sia piaciuto e che ti abbia aiutato a riflettere un po'. Voglio sapere adesso che ne pensi tu. Dobbiamo a renderci al nuovo mondo a quello che siamo diventati e a quello che sta diventando il consumo, cioè un'arma doppiotaiglio, oppure dobbiamo rivedere le priorità di questo pianeta. Perché se continuiamo così tra il cibo che mangiamo, l'acqua che beviamo, l'aria che respiriamo, forse tra qualche anno non ci

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resterà nessun corpo da vestire. Comunque, a parte questo finale tragi comico, fammi sapere, senza paura, come gestisci tu questo problema? Quali sono le tue abitudini? Qual è il tuo approccio allo shopping in generale? Sei anche tu incastrato, incastrata in questo circolo vizioso che è il consumismo o riesce a vivere in modo più etico. Fame lo sapere con un commento. L'episodio di oggi finisce qui. Spero ti sia piaciuto, ti ricordo che puoi accedere alla trascrizione

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con varie note, foto e link, o sul sito podcastitaliano.com o con il link che trovi nelle note

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di questo episodio.

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Ti saluto, grazie per l'ascolto e alla prossima.

30:40.7

Ciao!

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